mercoledì 7 ottobre 2009

Sono lontani i morti di Messina

FRANCESCO LA LICATA

Sarà l’impressione di un siciliano malpensante ma quest’ultima tragedia, l’annunciata e non scongiurata frana messinese, ci sembra la conferma più evidente del profondo solco che si sta scavando fra le due Italie («il Nord operoso il Sud cialtrone»), complice una politica che - per stare in piedi - molto concede alle discutibili pulsioni umane.

E così, senza che nessuno se ne vergogni, siamo arrivati a cinque giorni dal «fatto» senza neppure sapere quante sono effettivamente le vittime uccise dal fango. I responsabili dell’emergenza, gli stessi dei quali abbiamo avuto modo di ammirare rapidità ed efficienza in occasione del tragico terremoto abruzzese, ogni giorno si fanno schermo dell’ambiguità del termine «dispersi», l’unico che consenta di evitare la semplice ammissione che i morti sono più numerosi di quelli accertati.

Non parliamo, poi, dei soccorsi. Le cronache e i servizi dei telegiornali, seppure attenti a non cedere allo «sfascismo», hanno consegnato al Paese la semplice verità che queste vittime meridionali sono un po’ diverse dalle altre.

I giornali ci hanno detto che i volontari «scavavano con le mani». E perché? Verrebbe da chiedersi. La risposta si può trovarla nelle stesse immagini del dopo tragedia: abiti accatastati alla meglio e distribuiti senza il rispetto di priorità, per il semplice fatto che tutto sembrava affidato all’improvvisazione. «Qualcosa da mangiare, qualche genere di prima necessità è arrivato», ammetteva un ragazzo dal volto esausto e senza nessuna «etichetta» organizzativa. Poi abbiamo appreso che il numero più alto di salvataggi è stato compiuto da un anonimo giovane, incredibilmente terrone, che - vinto dalla fatica - è andato a morire in mezzo a quella tempesta di fango annunciata poche ore prima come «allarme meteo». Pochi ricordano che si chiamava Simone Neri, nessuna autorità lo ha proposto per una medaglia al valore, lo commemorano solo gli abitanti di Facebook. È proprio vero che neppure i morti sono uguali e la Livella è soltanto utopia del grande artista. D’altra parte basta prestare orecchio ad alcuni commenti, adesso che l’emozione è ancora più fredda, per verificare come la sciagura siciliana si appresti ad essere relegata al posto che «merita»: «Sono cose loro, se le risolvessero senza alcuna pretesa di poter usufruire delle risorse del Paese». Esattamente come per le mafie, i mali del Meridione vengono liquidati come fossero soltanto «scelte» dei cittadini di quelle latitudini.

«Perché Messina non scalda i cuori», spiegava ieri il commento di Libero che non aveva in prima altri titoli sull’alluvione in Sicilia. Il Paese ha assistito a quella tragedia, è la spiegazione, pressappoco «nel modo in cui apprende di una catastrofe nel Terzo Mondo». Una «lontananza» motivata dall’ineluttabilità del male in un territorio dove le cose non cambieranno mai. Ma dove porta il ragionamento? Ovviamente all’unico argomento che sembra muovere il mondo: i soldi. Ognuno faccia fronte ai propri guasti, con le proprie risorse, senza che il Nord debba pagare i guasti del Sud. E se i poveri morti di Messina non scaldano i cuori, non c’è da meravigliarsi che tutta la macchina della solidarietà - di solito esaltante, come abbiamo visto in Abruzzo - in Sicilia si sia mossa fuori sincronia.

(fonte - www.lastampa.it)

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